Realizzato con il sostegno di Unione europea

NO WAR FACTORY: L'ESPLOSIONE DELLA GIOIELLERIA ETICA

A braccetto con il tema, sempre più in auge, della moda sostenibile, troviamo quello della gioielleria etica.

Questo recente concept dell’accessorio, infatti, sta attirando l’attenzione dei consumatori e dei brand, che negli ultimi vent’anni hanno preferito gli acquisti responsabili a quelli meramente legati alla visione del monile come lusso da esporre.

Nella copertina, una delle immagini simbolo di No War Factory

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Un approccio che ha portato ad una più approfondita ricerca di come i gioielli vengono prodotti e da dove provengono i materiali preziosi impiegati per realizzarli.

Purtroppo, molto spesso, non si conoscono i problemi etici relativi al mondo della gioielleria; uno fra tutti, quello dell’estrazione mineraria di oro e diamanti, per la quale vengono utilizzati prodotti come mercurio e arsenico, contaminando il territorio, la vita animale e vegetale, e quella delle comunità circostanti.

Nella foto, un'immagine esplicativa dl concept di No War Factory che realizza gioielli a partire dalle bombe dismesse

Come riconoscere quindi la gioielleria etica?

In sostanza, si tratta di qualsiasi gioiello costituito da metalli riutilizzati o riciclati, che siano gemme o altri componenti come argento, oro e ottone. E che rifiuta l’utilizzo di parti di animali o piante in via di estinzione, e garantisce una retribuzione equa lungo tutta la catena di approvvigionamento.

La buona notizia è che c’è un numero sempre crescente di brand, nati proprio con l’obiettivo di rivoluzionare il settore della gioielleria attraverso un approccio più sostenibile.

Nella foto, una serie di proposte di No War Factory

Un esempio lampante è l’attività NO WAR FACTORY di Viareggio

L’idea di No War Factory nasce dai soci fondatori, Massimo Moriconi e Serena Bacherotti, che, dal 2010, trascorrono molti mesi all’anno nel sud-est asiatico, principalmente in Cambogia e in Laos. 

Hanno collaborato con l’associazione canadese “Adopt a village in Laos”, grazie alla quale vengono acquistati e distribuiti filtri in ceramica trattati con argento colloidale che servono a purificare l’acqua nei villaggi rurali del Laos, migliorando notevolmente la situazione sanitaria e prevenendo moltissime malattie a mortalità infantile. 

Nella foto il logo del brand e i tre soci: Serena Bacherotti, Massimo Moriconi e Riccardo Biagioni.

La loro storia inizia tre anni fa, quando furono incuriositi da un bracciale che veniva venduto nel mercato di Luang Prabang.

Da lì hanno deciso di raggiungere il villaggio dove veniva prodotto, nella cosiddetta "Piana delle Giare", un territorio estremamente pericoloso dove ancora oggi ci sono zone rurali con una densità di ordigni inesplosi di 1 ogni 6 metri

La popolazione di questo paese da anni realizza utensili di uso comune e bracciali riciclando l’alluminio ricavato da scarti delle bombe ancora presenti dalla guerra del Vietnam. Il Laos, infatti, è il paese più bombardato al mondo delle oltre 270 milioni di bombe che furono sganciate durante quegli anni, 80 milioni non esplosero sul momento, ma solo negli anni a seguire, causando la morte o la perdita di arti a più di 50.000 persone dal 1964. 

Nella foto, il processo di sminamento

Da qui, dunque, la decisione della No War Factory di collaborare con gli artigiani del villaggio, commissionando loro i prodotti allo stato grezzo che, una volta importati in Italia, vengono abbelliti e rifiniti per creare la linea di gioielli che l’azienda offre sul mercato.

La realizzazione di un bracciale parte dal processo di sminamento. Associazioni come MAG (Mine Advisoy Group) o UXO LAO, si occupano di sminare i territori dei contadini, detonando gli ordigni in tutta sicurezza.

Ciò permette alla popolazione di raccogliere i frammenti di alluminio delle bombe, che poi verranno rivenduti o lavorati fondendoli in piccoli forni essenziali scavati nel terreno e poi colando il prodotto fuso in stampi di terracotta (procedimento a staffa), creando così un modello.

Nella foto, il processo di fusione dell'alluminio

Questo processo dona un valore etico al prodotto che, una volta venduto, migliora l’economia delle famiglie del villaggio ed allo stesso tempo ripulisce i terreni dalle mine contribuendo a salvare vite umane.

I prodotti utilizzati per creare i gioielli, sono conformi alle normative europee per la vendita, in quanto non contengono metalli pesanti o sostanze radioattive.

Importati in Italia, infine, questi manufatti vengono impreziositi e rifiniti dalla mano dell’orefice Francesca Barbani, che spesso si occupa di aggiungere pietre e parti in argento. 

Nella foto, la fase di creazione dello stampo per il bracciale con la realizzazione del modello 

All’impresa NO WAR FACTORY si aggiunge Riccardo Biagioni, terzo socio dell’azienda, il quale sposa tutti i principi ed i valori dei colleghi.

Uno fra tutti, quello di donare ogni anno il 10% dei profitti alle associazioni che si occupano di favorire lo sminamento dei territori nel Laos e la diffusione di acqua potabile nei villaggi.

“Il nostro obiettivo prossimo è di far conoscere questo progetto il più possibile per riuscire ad avere maggior introiti per lo sviluppo di progetti ancor più importanti sul territorio di un paese ancora molto arretrato a livello di sanità e di istruzione”, afferma Massimo. 

Un progetto degno di lode, finalizzato anche a far riflettere i consumatori del giorno d’oggi. L’orrore della guerra, grazie alla gioielleria etica, viene trasformato in vere e proprie opere d’arte che ognuno può indossare per raccontare questa storia.

Dopotutto, anche i gioielli hanno un’anima.

Chiara Zerbini
I anno del corso di Accessori per la Moda

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