Realizzato con il sostegno di Unione europea

"SPAGETTI" PERDUTI: SE LO SCOLAPASTA DI HOLLYWOOD HA BUCHI TROPPO GRANDI

Il vostro primo pensiero sarà "errore di battitura".

La risposta è "nì, dipende da chi sta ordinando il piatto". La pasta, e gli spaghetti non fan eccezione, sono una creazione italiana che è diventata patrimonio mondiale (grazie a sapore, mestiere, impegno e fortuna dei nomadi ristoratori italici). Sono noti a chiunque si trovi tra la West e la East Coast. Apprezzati, consumati, celebrati. Simbolo esotico comunque accessibile e, cosa importante nella cultura stars&stripes, democratici: alla portata di tutti. Il fatto che vengano rivisitati (o stuprati, scegliete a sensibilità vostra) da ricchi, poveri, dem o repubblicani, figli di immigrati e WASP, ci fa capire come i prodotti di massa alla fin fine, finiscano per diventare patrimonio e ostaggio del grande pubblico.

La stessa parabola vissuta dai film di grande distribuzione, quelli da botteghino e rito pizza/cinema/amici, che trovano la loro massima espressione in Hollywood. E Hollywood vuol dire, in questo periodo dell'anno, gli Oscar. Sarebbero Academy Awards, ma quel che conta? Quella statuetta dallo stile retrò che, oltre ad esser un eccellente fermarcarte, è sempre più volano per consacrare gloria patinata e cachet maggiorati.
La notte degli Oscar arriverà tra pochi giorni, portandosi una girandola di personaggi, vestiti, stranezze, selfies e storie da copertina. Ci saranno discussioni e critiche sulle scelte, gli esclusi, le citazioni, le pubblicità (costo che è in continuo aumento e, saggiamente, da qualche anno non è più comunicato).
Ogni anno la cerimonia è come una stella sulla vicina Walk of Fame: pezzo privo di importanza in sé, mattoncino che rafforza una tradizione capace di sostenere ogni singolo. Edizione dopo edizione, il format affonda sempre più le radici nelle vite di ogni spettatore, secondo le sue regole.

Gli Oscar hanno retto i colpi della recente recessione, del movimento #metoo e delle proteste di minoranze etniche discriminate e stereotipate. Certo si parla ciclicamente di "Oscar bait", di "Oscar season", di generi e tematiche con statistica evidenza di esser premiate. Han promesso novità per questo 2020: diamogli almeno il beneficio del dubbio. Ma se gli Oscar sono ormai una tradizione, rammentiamo che le tradizioni sono dure a morire (non fosse per gli interessi, perlomeno perché snaturarsi e rinnovarsi troppo è negare il concetto stesso di tradizione). 
 

I corsi associati

Marketing

e comunicazione

per le imprese di moda

Calzedonia

District Manager 4.0

L'Academy è lo specchio di Hollywood.

Grande industria, specchio proporzionato. E dal meccanismo nascosto ma ben rodato: riunisce una selezione meritocratica (tra premiati e inviti mirati, comunque sempre secretati) delle più influenti personalità di un campo specifico. E i loro voti, singoli trasferibili, vanno esclusivamente nell'urna del loro campo di competenza. Tutti si adorano pubblicamente, quando c'è una guerra sotterranea di interessi.
È un contenitore di grandi storie, storie nei e dai film stessi. Gli si può anche perdonare l'esecuzione, per esigenze di scena. Come Marlon Brando, che nel 1973 rifiutò all'ultimo di ritirare la statuetta come miglior attore de Il Padrino (un binomio non banale). Protestava per denunciare gli stereotipi e il razzismo mediatico che affliggeva i nativi americani: onore a lui, non fosse che la sera stessa della cerimonia decise di mandare al suo posto un'attivista Apache, Sacheen Littlefeather. L'esito si riassume nell'espressione "gogna mediatica", letteralmente, condita da ferite d'arma da fuoco attraverso una porta d'albergo.

È difficile criticare un format così potente ed efficace, perché la qualità di molte pellicole è indiscutibile.

E non è mia intenzione.
Le produzioni ci fanno emozionare, svagare, scoprire storie sconosciute, vivere tempi e luoghi lontani; come fecero Verne e Salgari, ma ora aggiungiamo la potenza del Dolby, colonne sonore, divi da mitizzare e CGI. Spesso si dice che le scene di cronaca sembrano "come in un film": curioso per un mondo partito con una locomotiva che spaventò una sala ignara della rivoluzione in atto. Ormai i film possono fare ciò che dal vero non possiamo, se non immaginare. Come ha chiosato il finale di GoT (serie evento che è un tassello di cultura contemporanea, volenti o nolenti), sono le storie da saper raccontare che determinano la grandezza e la memoria degli uomini. In pratica, siamo ciò che abbiamo vissuto, pensato, tramandato.


 

Per questo motivo l'incipit si parla di spaghetti: il corpus delle storie sono come la nostra italica pasta.

Ognuna di queste storie è come un differente formato. Ciascuna possiede la sua forma, origine, persone che l'hanno inventata e che la consumano, luoghi d'elezione, ricette tipiche a cui è legata, novità gourmet che si ispirano e la sfruttano. C'è un condimento nato per esaltarne le caratteristiche, come abbinamenti d'elezione radicati nell'immaginario. Tutti noi abbiamo la personale ricetta di sale, quantità d'acqua e tempi di cottura, come fosse alchimia. Spaghetti raffinati diventano per qualcuno spagetti con il ketchup (mai giudicare, beauty is in the eye of the beholder). 
Hollywood è poco diverso da un grande scolapasta, dove ogni produzione sceglie una storia (un formato) e ce la cuoce a dovere, servendoci un piatto gustoso. Da spettatori possiamo scegliere mille creazioni culinarie, l'offerta degli chef della settima arte è sterminata. La concorrenza tra le cucine così serrata che ogni stagione tutti troveranno qualcosa per il loro palato.
Si crea un carosello capace di far tutti felici: il pubblico chiede emozioni, suggerisce, ispira con le sue stesse storie. Hollywood propone, seleziona, confeziona. Sono sicuro che tutti noi troveremo nella lista degli Oscar almeno una pellicola che ricorderemo, anche quando il clamore mediatico della cerimonia 2020 sarà consegnato agli archivi.

Tutto chiaro. Contorto, forse. Pasta per tutti, film per tutti, Hollywood la nostra fabbrica dei sogni.

Che conclusioni trarre? Qualcosa da tenere a mente, quando si sceglie il prossimo film. In un'altra famosa fabbrica, Willy Wonka testava con il suo tour la moralità delle persone. His house, his rules. E il conto era piuttosto salato, considerato che si parlava di cioccolato. In modo simile, il grande scolapasta di Hollywood, ha grandi buchi. Raccoglie storie da ogni angolo del mondo, periodo storico, sottocultura. Mette a bollire e poi fa defluire l'acqua. Deve filtrare molto per un risultato eccellente al palato dei più. 

E qui nasce il suo punto debole, che diventerà quello dello spettatore: noi vedremo solo ciò che resterà nello scolapasta. I grandi formati kolossal, o quelli fortunati da trovare un tappo contro l'irresistibile fuga attraverso il buco. Quelli che restano nella pentola, o prima ancora nella scatola (in un mondo globale, pubblico e industria internazionali, i film non USA hanno addirittura 5 slot nomination per cui massacrarsi. Criteri questionabili, direi). Abituiamoci a ricordare che gli spaghetti si adagiano perfettamente sul fondo dello scolapasta, ma se imboccano un buco in verticale è un attimo perderli. Dovremmo essere consapevoli che le storie insignificanti per qualcun altro possono essere importanti per noi, e viceversa. E perdere un singolo spaghetto significa un piatto più povero, da assaporare, instagrammare, replicare nella nostra cucina di casa. 

Matteo Cavalli Pontiroli
studente del I anno di CALZEDONIA District Manager 4.0

P.S.: sta arrivando Fast&Furious 9, un brand hollywoodiano con la B maiuscola. Trovo sia la perfetta parabola di cosa succede tra le Hills. Nasce intercettando una sottocultura chiassosa e libertina, underground e incentrata sui motori. Ora è: violazioni sistematiche della fisica, cazzotti e demolizioni, spacconate tra machi. Lo guarderò, per due ore di intrattenimento spensierato, ricordandomi che il touge ha un sapore ben diverso dal wrestling su ruote. Come trasformare un fusillo in un tortellino. Buono, ma non è la stessa cosa!

Condividi su: